venerdì 20 ottobre 2017

IKEA

Parlare di islam oggi in rete senza il pericolo di uscire ad ogni momento dal seminato concettuale e non finire come sempre nell'infinito refrain del "noi siamo migliori di voi", sta diventando difficile. Perché semplicemente guardare i fatti e i numeri è difficile da sostenere ed è invece molto più utile, comodo e proficuo appoggiare certe chiamiamole posizioni nei confronti dell’islam. Ho scritto varie volte in questi anni che l’islam è il medioevo istituzionalizzato e questo aggettivo fa una differenza profonda con la situazione in occidente. Da noi persistono vergognosamente e si ripetono fatti che vanno contro le leggi dello stato, fatti legati evidentemente a convenzioni sociali e mentali profonde che non hanno ancora fatto breccia in modo totale tra i cittadini; la legge sul delitto d’onore in fondo è stata abrogata da poco (1981) ma adesso quella legge non c’è più…è rimasto diffuso in certi ambienti il senso di proprietà nei confronti della donna è vero ma la legge cui appellarsi NON C’E’ PIU’. E questo non è un fatto da poco, è molto importante invece. La società islamica ( diffusa ampiamente in vaste regioni del pianeta) è sovrapposta al dettato religioso, ne è palesemente una fisiologica emanazione; lo dicono i fatti, la storia, i numeri, il fatto che dovunque ci sia una comunità islamica si ripetono sempre le stesse dinamiche. Gli stati islamici sono TEOCRATICI signori miei, basta leggere con un minimo d’attenzione le cronache degli ultimi decenni. Gli stati occidentali lottano da secoli contro questo concetto avendo come obiettivo la creazione di una società e di leggi che abbiano alla base il principio opposto: la laicità.
Se non si comprende questo concetto qualsiasi discussione è falsata nel fondo. Le valutazioni che tendono ad escludere la radice religiosa da certi atteggiamenti significano a mio parere che il lavaggio del cervello e la comodità ideologica che fa riferimento ad un certo trend ormai avviato, hanno ottenuto il loro scopo: l’slam che è molto più semplice e aggressivo ideologicamente, ci sta conquistando e non trova resistenze nemmeno in quelli che, maschi o femmine, dal suo propagarsi ne riceveranno i maggiori danni. Il web è come al solito una delusione per me. La stessa degli altri media dove pare diventato impossibile usare una logica o un’analisi anche solo elementare nei confronti di alcunché: nella gran parte dei casi riusciamo solo a fare chiacchere da bar, a manifestare la forte tentazione di mandarci affanculo che risolviamo poi in zuccherosi complimenti alla nostra comune buona civiltà. Mi immalinconisce tutto questo, mi da molto fastidio che i discorsi sull’islam non dicano mai nulla chiaramente su diritto allo studio, diritto alla salute, libertà di pensare e vestire, uguaglianza sociale e sessuale. Perché il problema è lì, i numeri dicono questo. Una volta potevo capire che l’ignoranza diffusa non permettesse di uscire da certi luoghi comuni ma oggi sentire parlare di islam e sfera femminile in un certo modo da parte di donne che si dicono liberate ( anche di scopare con chi dicono loro e trarne un utile economico) o si dicono femministe e autonome, giustamente orgogliose della loro indipendenza, che lottano per un mondo dove il valore enorme della parte femminile del mondo sia riconosciuto nei fatti. Ecco vedere smentito mediocremente tutto questo solo per valutazioni di comodo ideologico o relazionale mi fa veramente incazzare.
PS: leggo che l’Ikea ha eliminato tutte le immagini di donne dal suo catalogo per i paesi arabi. Coincidenze?

domenica 15 ottobre 2017

Elisa

Elisa il nulla ci assedia
Intimorisce i contorni del ricordo
Contesta il silenzio che solo potrebbe
conservarci.
Ma volte l’assoluto ha un peso
scrissi.
E tu eri già lì
da sempre assieme all’inspiegabile
malinconia cui il vivere così
ci condanna.
Sull’orlo di un diverso destino
era il segno di uno sguardo
che adesso qui si assiepa assieme
alle parole indistinte.
Cercarti non giova.
Sorprendermi restituisce il giusto peso
alle stelle e ai pensieri ogni giorno più
distanti.

martedì 10 ottobre 2017

Una linea sottilissima e tenace

Andiamo con ordine, col mio ritmo evidentemente. Il primo incontro con la musica riguarda l’infanzia e il teatro alla Scala: il primo pensiero che in qualche modo costeggiava l’amore fu dedicato ad un giovane primo violino dell’orchestra che suonava il secondo per violino e orchestra di Brahms. Il sentiero è stato molto lungo ed io continuo a percorrerlo: vorrei sinceramente saper fare musica, mi sono accontentato di trasmetterla in radio ma lei è sempre lì intorno ed è per questo che i brani li abbino. Spesso scrivo un post perché prima ho sentito una musica e ho deciso che era “la musica”. E’ un fatto molto più personale delle righe del post, è una decisione intima e le parole le vanno appresso. Tutti quelli della mia generazione sono diventati dei macigni, i migliori delle pietre rotolanti e come tali destinati a schiantarsi giù in fondo; rotolando abbiamo attraversato quasi tutto l’attraversabile e di fatto ci siamo allontanati da ogni cosa. Lo dico e la cosa finisce lì perché non ho niente da insegnare e francamente non mi pongo più il problema della consistenza del mio macigno ruvido. Cosa ho fatto negli ultimi 50 anni? Ho ascoltato Dylan per esempio “non hai mai capito che non era una cosa positiva non hai mai lasciato che altre persone si prendessero i calci destinati a te. Eri abituata ad andare a spasso sul cavallo cromato con il tuo diplomatico che portava sulla sua spalla un gatto siamese. Non è difficile scoprire che lui non è dove ha detto che sarebbe stato dopo che ha ottenuto da te tutto ciò che poteva rubarti “. Ma anche i Rolling e i Genesis e poi Faber e i Led Zeppelin. C’erano gli Who e Jimi e i Jefferson Airplane e tutti nostri cantautori. Mi illudo che cantino per me, che mi dicano
-Ehi stronzo non ti sei stancato di battere su una tastiera? Hai provato a raccontarci, a raccontarti?-
Non ne sono sicuro, forse, tra una fuga e l’altra ma senza alcuna autoanalisi ormai, non qui e non adesso. Voi vedete spiragli? Io vedo spazi immensi e spesso vuoti di idee e di musica. Mi accendo una sigaretta e non mi domando più dove ho posato il mio fardello. È probabilmente a causa di ciò che sono insopportabile ma in fondo basta rispedirlo al mittente con la tassa a suo carico. Tu dici che tutto sta dentro l’ultima frase? Azz, sono nudo, il tempo si è contratto e poi dilatato e mi ha fregato: c’era una marea di roba lì dentro e adesso si è sparpagliata ovunque e dice a tutti quello che veramente sei: un clochard di lusso, uno di quelli cui si diceva – il tuo fondo schiena è stata una parte molto apprezzata nei suoi tempi migliori, non è vero? Le persone ti hanno chiamata, dicendo “Attenzione bambola, stai per arrivare al tramonto-
Sì è vero le musiche le abbino, mi piace ma in fondo non cambia poi nulla e la solitudine resta com’è, scritta o cantata non perde l’abito che le è proprio. Lei sta lì entra e esce da questo spazio o da altri: mi possiede. Certe volte penso che era già accanto a me quella sera di febbraio quando mi sedetti in sala e le luci del grande teatro pian piano di abbassarono per lasciare spazio all’orchestra. Iniziò da lì l’incantamento sottile e perpetuo che ha segnato la mia vita, un piccolo segno o una nota piccola, esitante ma già definita—————————– UNA LINEA SOTTILISSIMA E TENACE——————————— che divide come un bisturi la mia vita: di qua e di la ma anche sotto e sopra. E’ un gioco maledetto perchè non ha un senso compiuto ( non adesso) non ha tempi definiti o prevedibili. Scambia le posizioni, inocula il presente nel passato e ne fa cosa nuova. Le scuse, i giudizi, le poesie, le parole, i segni, le lacrime, i sorrisi i miei amici e i miei sogni, le mie terribili irritazioni e la mia quieta malinconia di sempre, la linea attraversa tutto e se ne frega di me è sempre un passo davanti a me. So esattamente dove andrà a colpire, il mio corpo si sta preparando, non bisogna far altro che vivere.

domenica 8 ottobre 2017

VIVO!

Io da Omologazione ci passo spesso, questo è ancora un luogo vivo. Che non abbia alcune delle cose che normalmente fanno di un blog un soggetto attraente e di tendenza sinceramente mi pare risibile. Questo blog è vivo come lo sono ancora io: vengo qui ne sfoglio le pagine, le rileggo ( così eventualmente correggo gli errori di battitura o altro che qualche giudiziosa maestrina demodè mi fa notare sorvolando ovviamente sulla sostanza del discorso) ...ascolto la musica. Mi piace tanto, lo trovo bello il mio blog e non mi nascondo dietro un dito. Mail- commenti ne arrivano pochissimi, lo davo per scontato, do per scontate così tante cose! Passo anni a capovolgere le prospettive, poi vengo regolarmente smentito dall'evidenza. Voi non sapete dove navigo in rete, non avete idea di quanti luoghi lontanissimi da questo io visiti, cittadelle arroccate ognuna sul proprio cocuzzolo a dominare i poveri servi della gleba là sotto; alternative le chiamano, altri stati d'ansia li chiamo io, pronti a blaterare di un mondo e di un'umanità che semplicemente non esiste. Io sono vivo, mi arrovello nell'illusione di leggere qualcosa di nuovo, cerco l'uovo di Colombo ma trovo solo uova strapazzate o in camicia, già cucinate e così non capisco più nulla. Trovo anche blog scritti benissimo i cui titolari sono, se fosse possibile, ancora più insopportabili di me, torno sulle pagine dei miei contatti storici...AGONIZZANO. Beh farò anch'io la stessa fine contrariamente alla mia voglia di vivere che cresce ogni giorno di più. Leggo le ALTRE sponde di questo web ridicolo e in gran parte starnazzante: avrei voglia di partecipare ma so bene che il grande orecchio ci ascolta e prende nota, di qualsiasi cosa, di qualsiasi opinione e stila elenchi e si prepara in tempo per il nuovo tempo. Idioti! Siamo una banda di idioti governati da una oligarchia di curiosissimi semidei intenti solo a conservare il loro Olimpo. Noi d'altro canto siamo bravissimi nell'aiutarli, i latini dicevano " divide et impera", così passiamo il tempo a litigare tra noi a sbatterci in faccia le nostre mal coltivate ideologie come merluzzi puzzolenti, lo facciamo tutti me compreso, lo fanno anche i guru di destra di sinistra di lato e di sotto. QUELLI DI SOPRA ci guardano e ridono. Non scrivo di politica ma la conosco bene, non scrivo di storia perchè ho la sensazione che in rete la conoscano pochissimi e che non interessi a nessuno, molto meglio raccontare ad libitum le proprie fornicazioni sessuali, domestiche, lavorative ( tranquilli signori miei manca poco e di lavorativo resterà quasi niente con buona pace di Vendola e Berlusconi e compiacimento di altri di cui non conosciamo nemmeno il nome). Io sono vivo, in alcuni post ho lasciato i VECCHI commenti perchè gratificano il mio ego, perchè erano utili alla comprensione del testo o perchè erano più belli del mio testo!
Voglio segnalarvi il blog di EKALIX perchè è veramente unico per sintassi e per capacità di smuovere il cervello: è anche uno dei blog con meno commenti che io abbia mai conosciuto ( comincerò davvero a pensare che tale fatto sia un'inequivocabile prova della sua buona qualità). EURIDICE invece raccogli un buon numero di consensi ( molto elitari e sempre dai soliti); scrive bene, è sintetica ma fa parte, essendosi autoeletta, della sparuta schiera degli Dei dell'olimpo, schiera di cui io non faccio parte e mai ne farò. Alcuni post sono gemme assolute ma devi chiudere il naso all'odore arrogante dei post adiacenti: la questione è questa in poche parole, cercare la perfezione è saggio pensare di esserne latori da idioti. Il web è pieno zeppo di presuntuosi perchè è l'umanità in toto a presumere, ad ergersi a giudice assoluto e non richiesto dell'altro, a ritenersi sopratutto portatore di una civiltà superiore che per divina origine può fare quel che vuole delle altre. Io non dico queste cose per dare come si suol dire, un colpo al cerchio e uno alla botte, constato semplicemente che l'uso di questo mezzo è continuamente rovinato dai nostri vizi e dalle nostre piccolezze. Un tempo ormai lontano pensavo di essere qualcuno: coltivai per anni il mio bagaglio per mantenere tale privilegio. E' una minchiata! Oltrepassata una certa soglia siamo tutti meravigliosamente diseguali e sullo stesso piano come prospettive, solo la consapevolezza di ciò fa la differenza. Si può scriverne, raccontarlo, metterci impegno...sorriderne magari, sono vivo per ora, quando morirò lo capirete e capirete il resto. Dopo purtroppo. Ssa binidica.

giovedì 5 ottobre 2017

Emigrante al contrario

Ridiscendere la penisola con un obiettivo diverso da quello del turista di lungo corso fu la nuova affascinante avventura che mi si parava davanti: un nuovo mondo e altre possibilità esistenziali, soprattutto l’occasione di non ripetere gli errori già fatti e non ripercorrere sentieri senza sbocco. Un’altra grande illusione con cui nutrire la mente: vi sono dentro tuttora. Non esistono vere novità oltre il limite temporale dell’adolescenza, esistono soltanto versioni rivedute e corrette di affermazioni sbilenche che non riescono più a trovare un senso e lo cercano convulsamente…sino allo sfinimento. Il sud e i suoi magici cieli erano già dentro di me, lo erano dalla mia infanzia, ho continuato in fondo la ricerca che mi competeva e l’ho fatto in un’isola. Il mare ha cullato i miei sogni di ragazzo, li ha fatti crescere e mi ha insegnato a guardarli con feroce tenerezza. L’uomo che scrive stasera a margine di un ennesimo nuovo anno non è così diverso dal bambino che uscì secoli fa da una scuola milanese, ha soltanto meno illusioni. Un’altra cosa importante ho imparato ritornando alle mie autentiche radici: ho imparato a guardare il mio tempo da prospettive diverse e a sentire il mio spirito come una persona vera. E’ qui che ho compreso cosa significhi la relatività delle cose. Ad essa ho demandato, purificandoli, i miei atteggiamenti meno seri. La politica, le ideologie, le passioni, le vittorie e le sconfitte, tutto quell’insieme di cose con cui pretendiamo di riempire i nostri giorni, prima allineate in ordine sparso sistemate poi sugli scaffali di una misura diversa e più antica, cambiano colore e importanza.
Dovreste vederle mentre mentre pian piano scoloriscono fuori dalle feste di una nobiltà accessoria e vengono ridimensionate davanti al tribunale di un’aristocrazia che è culturale e mentale assieme.
Il sud che vivo io è questo signori: quello che viene disprezzato e annichilito ogni giorno per un partito preso che guarda ad altri più miseri obiettivi. In questo sud si scrive e si pensa ad un mondo e ad un’Italia diversa, quella che avendo perso l’ultima occasione svanirà del tutto durante le celebrazioni del suo 150 mo anniversario.
Ma il sud, la mia terra è ancora libertà perché guarda il mare e il mare è spazio, apertura e immaginazione: oltre un certo limite finisce il binario delle conversazioni precostruite ed inizia il tempo di una conoscenza diversa che usa gli schemi ma non si fa usare da essi. Mi viene facile e scontato dire che non sono stato compreso, è quasi ridicolo, ma questo mezzo di comunicazione, lo ripeto, si sta autodistruggendo per un fatto semplicissimo, lasciate che sia un siciliano a dirlo, per mancanza di cultura tout court, per aver preferito la semplice e veloce strada delle ricette prefabbricate e delle minchiate ad uso e consumo delle ideologie ( del sesso o della politica non ha importanza) delle piccole mediocri beghe tra blogger al confronto vero tra teste ed esperienze. Sinceramente mi pare incredibile che debba essere un siciliano del secolo scorso, cresciuto a educazione, misura e giacca e cravatta a ridicolizzare l’incredibile e volgare “galateo da rete” che di fatto si è impossessato della maggior parte dei blog. Adesso io sono pronto per altre avventure perché da un’isola ci si può sempre imbarcare per nuovi viaggi. Ma alla fine tornerò qua, appartengo a questa terra e al cielo che c’è sopra e non è una condizione spiacevole credetemi, anzi è una confortante certezza.
Si nasce in modo stabilito ma poi la corsa è tutta da inventare. Sino alla fine.

lunedì 2 ottobre 2017

Dietro ogni porta chiusa o l’ossessione del desiderio

Tu sai perfettamente come compiacere un uomo ed io come fare lo stesso con una donna: che l’omologazione sia ancestrale o meno non ci tocca poiché sappiamo denudarci benissimo ugualmente. E mentiamo spudoratamente mentre lo facciamo. Voglio dirti una cosa: ci fu un tempo lunghissimo in cui mi piaceva molto essere amabile, sapevo ritrovarmi in un attimo ed ero estremamente determinato nel mio progetto seduttivo. Ah, quanto duravano le mie stagioni, le estati infinite a divorare il sole e la luce e quanta crudeltà c’era nello scivolare tra le pieghe della carne e sentirsi in armonia sempre, senza mai un ripensamento che non fosse una nuova strategia, un’onda nuova che mi portava in cresta a mostrarmi il tuo corpo nudo e acceso. Un giorno ti dirò come e quando mi accorsi del progetto infondato e dell’altra verità, più profonda, di quando mi accorsi che la condivisione non appartiene all’amore e quanto esso sia intimamente, visceralmente nostro. Indivisibile da noi stessi, solitario. Fu uno squarcio nell’orizzonte del mio equilibrio sentimentale e tutto il resto che ne discese fu una rivelazione dolorosa, perché analizzare prima e racchiudere poi in una consapevolezza totale chi sei e come sei non ti aiuta. L’ignoranza vera o presunta ti aiuta a vivere e a morire con sublime leggerezza. Non altro. Col tempo navigai sempre più lontano dalla costa fino a distinguere con sorpresa che c’era una sola cosa ad attrarmi del sesso: l’ossessione del desiderio. Ho imparato quindi a cercare e a trattenere il desiderio, a riconoscerlo quando l’ho addosso. Ma dura così poco: mi abbandona facilmente e mi lascia vuoto ad osservare gli altri agitarsi per comunicarmi il loro struggimento. Ma io non li sento, sono gusci vuoti, sprecano il loro tempo e non riescono a parlarmi. Cosa pensi sia la solitudine? E’ questa attesa fra uno sprazzo e l’altro, fra un’errore e l’altro. Non è vero che questo sia il solo, l’unico sistema di confrontarsi col desiderio sessuale, ci sono persone che scelgono più o meno deliberatamente di amare sempre sé stessi in molte donne o uomini, di consumare compulsivamente il rapporto fisico , di mettere l’ennesima tacca sulla canna del fucile. Io attendo che il desiderio mi appartenga altrimenti è inutile, non voglio partecipare all’amore come ad un evento mirabolante in cui compari per dovere d’esistere. Scelgo con un’attenzione estrema e sottile perché lo so bene che chi seduce in fondo perde spazio e diventa prigioniero di sé stesso e nonostante tutto mi annoio.
Ho imparato da ragazzo a percepire l’artefatto, la malizia ed ho conosciuto un sentimento mondato da questi orpelli solo due volte nella mia vita. Me li tengo stretti al corpo quegli odori e quei momenti quando la seduzione si svolgeva in un canto libero e senza necessità di presentarsi in un modo piuttosto che in un altro. Non mi è restato altro, non vedo altro. Non avrò altro.

sabato 30 settembre 2017

Palermo di sbieco - Donna Franca

Stasera sono arrivato nella città dove sono nato: dovevate esserci, Palermo tagliata da una luce di sbieco era perfetta! Le cupole delle chiese illuminate dall’oro del sole che tramontava, le ville liberty e il mare come seta grigia distesa sul golfo, ogni cosa al suo posto ed io con loro. Senza se e senza ma, senza rimpianti e con qualche malinconia, leggera però come la soddisfazione di esserci e di pensarmi qui dopo altre vite trascorse altrove. Guardando fuori da qui verso il golfo aperto della mia città la cosa che mi viene più facile da pensare è un’estate infinita, stile vecchi tempi. Dilatata e sensuale ma lenta, lentissima, piena di me e della mia vita, dei miei segni e dei miei stupidi assiomi. E’ esattamente ciò che voglio, l’unica cosa che comprendo. Non è amore, è l’orgasmo che viene dopo e che nessuno vuole gestire perchè è meno romantico. Non so più scrivere mi dico a volte. Guardo smarrito la tastiera e mi affido al foglio e alla penna. Crollo la testa e mi allontano col pensiero da tutto: la stupidità di vivere arriva subito dopo con i suoi banchetti di roba usata. Mi dice guarda, tocca, compra e, soprattutto fai in fretta, domani non ci sono più, domani non esiste. Non c’è riuscita finora. Non compro nulla ma annuso tutto. Apro le ali che non ricordavo di avere, il fruscio dell’aria sotto di me è una poesia che mi porta via. Non è vero che non so più scrivere. Scrivo per questo.

Questa è una storia vera di un vero mistero. Negli anni a cavallo tra la fine dell’ottocento e gli inizi del secolo successivo Palermo era completamente nelle mani della famiglia Florio. Tutta l’economia della città e di gran parte dell’isola dipendevano dall’azione economica e imprenditoriale di questa famiglia. A differenza del potere esercitato dai politici e dai potenti nostrani nel secondo dopoguerra, i Florio usarono la loro immensa ricchezza per abbellire veramente la città e la fecero diventare una meta sociale e culturale di livello europeo. Questo è un dato di fatto indiscutibile, Palermo conserva ancora le tracce di una stagione fulgida e irripetibile, teatri, ville, manifestazioni…sogni e dipinti. La moglie di Ignazio, la baronessa Franca Jacona di Sangiuliano ebbe in tutto questo una parte fondamentale: se è vero il detto che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, qui le posizioni si invertirono e fu Franca sempre in prima fila, sempre una spanna sopra tutti, sempre e per sempre la regina di Palermo. Cultura, classe, fascino, intelligenza, portamento e una disponibilità economica senza fine fecero di questa donna un mito che ancora non muore.
Ai primi del 900 il pittore Giovanni Boldini venne a Palermo su invito di Ignazio per eseguire un ritratto di Franca; Boldini era l’artista più famoso del tempo, una vera icona dell’arte europea, aveva posato per lui il fior fiore dell’aristocrazia del bel mondo dell’intero continente. La signora Florio non poteva mancare all’appuntamento. Il quadro non piacque al padrone di casa che lo rifiutò poichè a suo dire la moglie appariva in modo troppo sensuale e discinto con una spallina scivolata sul braccio e un abito molto corto che lasciava scoperte le gambe dal ginocchio in giù. A distanza di qualche anno fu eseguito un secondo ritratto, molto più casto del primo, di cui è rimasta solo una foto in B/N ; ma il primo ritratto ritornato “a casa” in un salone di Villa Igea a Palermo porta comunque una data “impossibile” cioè 1924 e ritrae invece una donna nel fulgore della sua giovinezza e non una signora di 51 anni come scritto in calce al dipinto. Vincenzo Prestigiacomo ha svelato il mistero dei due quadri in occasione della conferenza “Franca Florio e l’atmosfera culturale dell’epoca”, svoltasi a Villa Igea. I fatti si svolsero così: Boldini si reca a Palermo nel Marzo 1901 e realizza un ritratto di Donna Florio. Il quadro non può passare inosservato agli occhi di Ignazio Florio per via delle caviglie e le braccia scoperte, la scollatura mozzafiato che rivela anche le spalle e la veste di seta che esalta le forme. La richiesta di modificare il quadro è scontata e perentoria: donna Franca in cornice ritorna nello studio parigino di Boldini. Intanto, nell’agosto 1902, muore la primogenita dei Florio, Giovannuzza e il dipinto passa in secondo piano, mentre Donna Franca si ritira a Favignana. Siamo a dicembre e i due coniugi accettano l’invito dell’amico banchiere Maurice de Rothschild nella sua villa di Beaulieu sulla Costa azzurra, ma la sera del 4 gennaio muore per cause misteriose il secondogenito, Ignazio jr., detto “Baby boy”. Nel frattempo, il pittore Ettore De Maria Bergler prende contatto con la Biennale di Venezia per esporre il quadro di Boldini, ma il ritratto è ancora immodificato, così il maestro, stimolato da Bergler, dipinge un’altra tela del tutto similare alla prima, ma più ‘casta’: il vestito di seta viene sostituito da uno di velluto che copre caviglie e braccia. Boldini vi fa poi una foto e la spedisce a Palermo: Ignazio dà il benestare e va nell’ottobre 1903 a Venezia con la moglie, nonostante fosse al settimo mese di gravidanza. Alla fine della mostra il dipinto, che non ha suscitato nessuna impressione, torna a Palermo ma, col tracollo finanziario della famiglia, alla fine della Grande guerra, viene sequestrato insieme ad altri beni dalla Banca commerciale italiana, finendo nella sua direzione regionale, in corso Vittorio Emanuele, e non si hanno più notizie. Probabilmente rimane sotto le macerie dei bombardamenti del ’43, di certo, a differenza di altri beni, non viene venduto, come è stato invece detto.
L’originale dipinto nel marzo del 1901 viene acquistato da De Rothschild che lo vede nello studio del Boldini appunto nel 1924: lo fa autografare e datare e poi lo regala ai Florio. L’autore, forse per una distrazione o forse perché non ricordava l’anno esatto della sua realizzazione (era ormai ottantenne), lo firma e lo data come se fosse stato dipinto lo stesso anno della vendita. Questa la cronaca dei fatti, io mi sono permesso di costruirvi sopra un racconto verosimile.

Palermo, marzo del 1901.
“Signora devo portarli tutti e due nel salone?” – La signora si voltò con calma lasciando che la luce tiepida e luminosa del mattino le sfiorasse le spalle candide e trovasse poi il tempo di tracciare una lama splendente sulla consolle e sul pavimento in ceramica a fiori. Rispose solo con un cenno alla cameriera che conosceva il suo strano languore quando il giorno si fermava sospeso a guardare il tempo trascorrere tra la bellezza della luce, il profumo del grande giardino e il suono lieve e discreto che da lì proveniva. Non era indolenza ma solo piacevole e goloso stupore di vivere, di godere dell’immediato con la coscienza di quel sarebbe poi avvenuto. Si diresse verso l’ampia finestra e la luce di quel marzo tiepido le scaldò il sangue sotto la pelle ambrata: il pensiero del giorno dopo le girava nella testa. -Perché proprio lui? Ignazio non ha perso il vizio di sfidarmi. Perché Boldini…probabilmente mio marito non sa nulla della pittura del maestro, non sa nulla della suo modo di proporre la donna agli occhi di chi guarda. -Eccoli signora- la cameriera entrò trascinando il manichino, poi uscì per rientrare col secondo. Lei li guardò entrambi da lontano, se li vedeva già indosso, sentiva il frusciare del tessuto sulla sua pelle e quello più subdolo ed eccitante del pittore pronto all’opera.
- E’ certamente così, non ha mai degnato di particolare attenzione un quadro del maestro ma ne conosce la fama europea. E’ il migliore quindi degno di raffigurare mia moglie- pensò assorta- si sarà fatto questo conto, in fondo mi ama anche per le mie doti di rappresentatività. Scelse il primo abito, nero, di seta lucida un colore profondo e altero che avrebbe reso ancora più sensuale il decolté e le sue spalle. Lo scelse pensando solo al quadro dell’indomani e a se stessa: il pensiero del marito non la sfiorava più. Era rimasto solo il piacere di giocare col proprio corpo e la propria bellezza: esserne conscia non sminuiva di nulla il suo languore, la rendeva solo più giovane e desiderabile. -Il suo maestro si è già fatto conoscere signora- azzardò la cameriera- la contessa Tasca si è già fatta ritrarre qualche giorno fa..pare che sia venuto una meraviglia -
Dovette interrompere, lo sguardo imperioso della signora Florio la gelò in un attimo. Prese l’abito e lo posò sul sofà: era veramente bellissimo, stretto in vita con una scollatura così ampia che solo su una donna molto alta e dal portamento adeguato non sarebbe risultato eccessivo o sconveniente.
- Mi risulta che il signor Boldini abbia ricevuto parecchie richieste in questi primi giorni di soggiorno in città. Siamo molte le donne che possono migliorare il suo rapporto con la pittura - Lo disse ridendo pacatamente, ma in fondo vi credeva sul serio. Da anni lei e suo marito stavano cambiando la percezione che l’Italia e l’Europa avevano dell’isola. Palermo era diventato un crocevia ambito e ammirato di commerci e cultura e lei ne era l’indiscussa regina. Chiuse per un attimo i suoi occhi verdi e rivide tutto in un momento: nessun gesto, nessuna idea le sembrava artificiosa, tutta la vita era un sentiero scontato e perfetto che non poteva che condurre a quell’appuntamento coll’eternità dell’immagine. Un quadro. Il mattino seguente pareva che una improvvisa frenesia avesse preso la casa intera: i domestici correvano frettolosi da una corridoio all’altro e le donne sembravano tutte impegnate in cose assolutamente non rimandabili. Il padrone di casa era uscito di buonora, faceva spesso così anche se era ritornato alle ore piccole la sera prima. Questa volta la scusa era un incontro importante al Banco Florio per decidere di alcuni investimenti riguardo alle tonnare delle Egadi: averle acquistate per intero aveva smosso il mondo della finanza italiana ma forse non era stato un buon affare a lunga scadenza. Lei non si era mai mischiata direttamente nelle questioni di Ignazio, capiva e ragionava meglio di quanto lui sospettasse ma ne era “giudiziosamente” fuori; il suo compito era un altro, era quello di mostrare la faccia pulita e nobile di una terra e della sua cultura, condurre la danza come nessun’altra avrebbe mai potuto fare. -Annina portami l’abito e gli accessori- poi si sedette davanti all’ampia specchiera e la interrogò sul suo stato attuale. Aveva combattuto da anni contro la condizione genetica della sua pelle ambrata e olivastra da meridionale: non combaciava in alcun modo con la sua idea di bellezza e lei non era certo disposta a passare sopra alle sue convinzioni. Da molto tempo, forse dai tempi del fidanzamento con il marito, aveva stretto un patto con la bellezza: le aveva fatto chiaramente intendere che Franca e solo lei avrebbe guidato il suo cammino verso l’immaginario che sempre una donna stimola nel mondo circostante. La sua figura, la sua altezza fuori dal comune per i tempi e tutto quell’insieme di cose che andavano sotto il nome di classe genuina e portamento a lei non potevano bastare. Erano un fatto fisiologico, naturale, se ne era convinta, doveva in qualche modo intervenire su questo regalo della natura, doveva mettervi sopra il suo personale imprimatur. L’anno prima a Parigi il desiderio di intervenire su se stessa era diventato realtà: la porcellanizzazione del viso cui si era sottoposta aveva sortito gli effetti voluti. Adesso gli abiti risaltavano come lei sperava… guardò a lungo quello nero che le si apriva davanti sul sofà. Chiuse gli occhi e se lo vide chiaramente addosso, era un esercizio che faceva sempre, come se lo avesse già indossato. Era perfetto. La cameriera impiegò almeno mezzora a vestire la signora, stringendo, stirando, adattando, piegando e carezzando la stoffa. Quando tutto fu terminato si discostò dalla padrona e la guardò in silenzio. Franca Florio sembrava ancora più alta davanti a lei, l’abito le dava un’imponenza statuaria e la ragazza la guardava come ipnotizzata. Con passo lento attraversò la stanza e arrivò alla finestra che come molte altre dava sull’immenso giardino: l’aria era tiepida e profumata quasi un inizio d’estate imprevisto. Il verde si perdeva a vista d’occhio, non c’era altro all’orizzonte del cielo chiaro: sorrise leggera immaginando il confine invisibile al di là del giardino, un gioco da ragazza che deve ancora scoprire il mondo. Ma il mondo al di là delle chiome verdi presentava un altro grande giardino che si apriva dove la via Dante segnava la distinzione tra due territori nettamente separati. Due modi diversi di vivere e interpretare ricchezza e bellezza, sud e civiltà, moda e relazioni. I Whitaker di villa Malfitano sembravano appartenere ad un’altra Palermo quella che non avrebbe nemmeno concepito un fatto come questo che lei si apprestava a vivere. Decise di coprire con un soprabito cremisi chiaro lo sfolgorante abito che aveva indossato: non avrebbe rinunciato per niente al mondo all’effetto sorpresa nei confronti del famoso pittore. L’anno prima aveva ascoltato con le sue orecchie Ignazio vantarsi della bellezza della moglie… “ Quando verrà a Palermo dovrà perdere molto tempo caro Boldini per trovare l’esatta mescolanza di verde per il colori degli occhi della mia signora!”  Sciocco come tutti gli uomini pronti a vantarsi di una donna come se la sua bellezza fosse merce di scambio e non regalo impagabile della vita. – Andiamo Annina, si sta facendo tardi - Uscirono entrambe dalla stanza e attraversarono i due lunghi corridoi fino alla grande porta in mogano massiccio. La villa aveva almeno una quarantina di stanze e lei non le conosceva proprio tutte; era un fatto naturale. In genere i suoi percorsi abituali erano altri, la camera da letto, il grande bagno, la stanza personale con quegli incredibili pavimenti a petali di rosa in ceramica… il corridoio verso il grande salone e la carrozza sempre pronta per una passeggiata in città o sul lungomare. Questa porta e il panorama al di là di essa le sembravano del tutto nuovi. - Puoi andare cara- disse ad Annina- vai a sistemare la mia stanza e se incontri mio marito digli che le sedute sono cominciate- Guardò la ragazza andare via leggera, si girò nuovamente verso la porta, abbassò la grande maniglia in ottone e si avviò verso l’incognita del nuovo giorno.

La stanza era grande con una larga finestra parzialmente coperta da una sontuosa tenda in cotone bianco finemente lavorata, pensò di non averla mai vista, non così almeno. Di lato sulla destra c’era un cavalletto di medie dimensioni ma quello che più colpiva l’attenzione era una grande tela sulla sinistra assolutamente bianca e vuota quasi più grande della sua persona in toto. Boldini sembrava essersi accorto solo allora della presenza di qualcuno nella stanza, assorto in chissà quali pensieri, si girò lentamente verso di lui. E sgranò gli occhi. - Madre santa quant’è ridicolo quest’uomo- riflettè automaticamente Franca osservandolo con un lieve sorriso sulle labbra, il pittore non si poteva certo definire un bell’uomo: piccolo con gambe magre a sorreggere un corpo panciuto. Soltanto gli occhi neri e vivaci gli rendevano giustizia. – Signora la prego si accomodi per quanto possa sembrare ridicolo dirlo a casa sua- e fece un ampio gesto con la mano nell’invitarla a prendere possesso del centro della stanza. La donna annuì con un breve cenno del viso, fece un paio di passi in avanti e continuò a guardarsi in giro. La stanza era piena di oggetti e di odori, i più forti erano quelli della carta, dei tessuti e del legno, un insieme speziato ma non eccessivo: la colonna sonora era composta dai rumori lontani del giardino, della casa, dal respiro della vita che cresceva di minuto in minuto.
– Bene maestro eccomi pronta, mi dica in che modo possa aiutarla.
– Signora la prego la sua sola presenza qui è fonte di grande e inestimabile piacere…
– Sa usare bene anche le parole vedo, oltre ai pennelli…- e rise con quella risata argentina e colorata che da sola avrebbe cambiato il modus di qualsiasi interlocutore. – Sa che non ero mai stata così dentro l’attività di un pittore, intendo dire a contatto con i suoi oggetti… le sue cose. E’ un’esperienza nuova per me – parlando si muoveva, si girava, e il maestro la seguiva in adorante silenzio. Lei lo sapeva, era perfettamente conscia del suo potere sugli uomini, sapeva che atmosfera si creava appena entrava in un ambiente, in un salotto. Ne rideva in cuor suo ma in fondo non ne aveva mai approfittato e questo distanziarsi dal mondo dei sensi immediati la rendeva unica. Non si trattava di quella rarità di cui, parlando di lei, scriveva D’annunzio e nemmeno di quel tipo di adorazione quasi scontata dalla quale era circondata ovunque. Sapeva muoversi tra l’ammirazione e l’invidia e ogni tanto incontrava la gioia di una consapevolezza meno ovvia; non era quasi mai collegata all’altrui bellezza estetica.
– Dovremmo cominciare non crede maestro? Non so che fare mi dica – sorrise di nuovo – come devo mettermi? Si era accorto del silenzio costante di Boldini ed era convinta di conoscerne la natura: l’ammirazione mista a desiderio di qualunque uomo avesse lei incontrato. La risposta dell’uomo la fece ricredere.
- E’ necessario preparare prima delle bozze madame, un quadro deve rappresentare altro in più delle fattezze esterne…almeno un mio quadro! Mi perdoni delle mie attenzioni che potrebbero essere male interpretate, vede non serve che lei si metta in alcuna posa per ora. Credo che per oggi sarebbe più utile… un colloquio sui suoi gusti, le sue idee e forse, mi perdoni l’ardire, i suoi desideri meno noti -
Parlò con voce pacata e sicura e cambiò in un momento il corso di quella giornata e di quelle successive. La donna si sentì rinfrancata, messa in una posizione di intimità carezzevole e insperata, il ritratto si allontanò sullo sfondo e il colloquio si spostò lentamente ma decisamente sulla città, i suoi abitanti, la sua storia minuta e quella appariscente dei ricevimenti e delle serate sfavillanti. Teatri, saloni, giardini e piccoli segreti… ogni cosa serviva a i due interlocutori per definire un quadro complesso e preparatorio a quell’altro che aspettava, vuoto e bianco, la sua investitura. Non era la signora Florio la prima attrice di quel parlare fitto e veloce ma Palermo, una città irrimediabilmente attratta dallo sfarzo più che dall’accumulo, dalla luce magari artificiosa, da un sogno di bellezza e internazionalità insito nell’aria ma mai completamente e definitivamente realizzato nel tempo.
Boldini rispondeva, chiedeva, ascoltava e dipingeva con la mente una signora siciliana evidentemente diversa dagli stereotipi abituali; pian piano si accorse che quella complicità essenziale per dipingere un’anima si era accomodata tra loro con una naturalezza che lui non aveva mai incontrato. La donna parlava con quel tono piano e modulato al tempo stesso, muovendo poco le mani ma usando soprattutto gli occhi e le guance; il pittore capì all’improvviso dove si celava il segreto del suo fascino. Era concentrato nel movimento, nel dinamismo nuovo e duttile che l’avvolgeva come un aura sottile; avrebbe dovuto dipingere quello, trasmettere quello, ricordare per sempre quello che gli occhi verdi di Franca raccontavano al mondo e che il mondo spesso capiva solo a metà.
- Madame è rimasta con il soprabito addosso come quando è entrata, la prego mi permetta di aiutarla se lo tolga. C’è un caldo imbarazzante qui dentro.
Lei parve non ascoltare, si alzò e con noncuranza si voltò dall’altra parte della stanza e si avvicinò al tavolo ingombro di carte e fogli da disegno. - Non si confonde in tutto questo disordine maestro?- disse sfogliando e rimescolando i fogli- oppure è uno di quegli uomini cui piace allevare il proprio ordine mentale in un apparente caos esteriore?
- Può darsi ma non era previsto che la mia modella si occupasse così tanto di tutto ciò che circonda un quadro e la pittura
– Sono curiosa è vero e lei rappresenta un lato dell’estetica che ai più è nascosto.
– Sono solo schizzi di vario genere signora. Abbozzi, idee lasciate a metà, vite da completare. Se non le fermassi subito così potrebbero svanire per non ripresentarsi più allo stesso modo: è la loro iniziale baldanza a colpirmi, non posso trascurarla.
Lei annuiva, carezzando quei fogli, rigirandoli e guardandoli come la corolla di un fiore segreto. Poi d’improvviso si fermò e guardando un foglio un po’ più grande degli altri sussurrò – Giulia….è un disegno recente questo, riconosco l’abito di non più di dieci giorni fa, l’abbiamo scelto assieme. Quando è accaduto? Quando ha incontrato la baronessa Trigona? – Un paio di giorni fa signora…spero che tutto questo non le appaia sgradito, io non potevo esimermi e comunque… - Maestro, non dica oltre la prego, il ritratto è bellissimo…bellissimo- la voce divenne accorata- ma è così triste, sembra un presagio di grande malinconia. -Signora le assicuro…
- Giulia cosa nascondi in quello sguardo, cosa non mi hai detto?- e rimase in silenzio per un lunghissimo istante mentre il pittore la guardava interdetto. Un grande silenzio si impose nella stanza, una pausa che non ammetteva repliche ed era intima, privata non commentabile. Il ritratto di Giulia Trigona pareva aver spezzato il ritmo naturale dell’incontro e fu per questo che la signora decise di chiudere la seduta per quel giorno. - Maestro è meglio sospendere per oggi – Boldini la guardò disponibile e attento – non sono nelle condizioni adatte per un ritratto, il mio umore ne rovinerebbe i tratti. Riprenderemo domani in questo stesso luogo.- Porse la mano che le fu sfiorata dall’ossequio di rito, si girò ed uscì dalla stanza. Il pittore la guardò andar via così come era entrata, chiusa nel soprabito come nel riserbo di una confidenza solo accennata. Andò al tavolo e prese tra le mani il ritratto della Trigona: lo osservò con estrema attenzione per scoprire quello che gli occhi di un’altra donna avevano visto e che lui aveva fermato nei tratti di matita senza avergli dato il nome giusto.

Quando il mattino seguente la maniglia della grande porta si abbassò di nuovo lui era pronto, acceso e nervoso: la signora Florio non lo avrebbe trovato più impreparato. Poiché questo egli sentiva fosse avvenuto il giorno prima: senza sapersene dare una qualsiasi spiegazione egli era stato preso alla sprovvista su tutto e non dipendeva dal fatto che si trovava a lavorare in un ambiente “estraneo” lontano dal suo studio parigino; era un uomo avvezzo ai cambiamenti e agli splendori del bel mondo dorato e esclusivo nel quale da anni operava. Decine di donne bellissime e eleganti avevano posato per lui, sorrise pensandoci, e con tutte era stato lui a dirigere a danza di quell’etereo corteggiamento che in realtà è il ritrarre una donna. Oggi non sarebbe stato diverso decise osservando la stanza in tutti i particolari; le aveva dato nel pomeriggio precedente una sistemazione accurata e, soprattutto, aveva nascosto il ritratto che aveva così bruscamente interrotto il sogno il giorno prima. Adesso ogni cosa era al suo posto apparentemente intatta ma invece ordinata secondo un proposito di seduzione in divenire che già altre volte aveva dato i suoi frutti.
- Buongiorno signora, si accomodi la prego- e le baciò elegantemente la mano.
– Maestro eccomi qui: mi scusi per ieri ma mi creda era diventato improvvisamente impossibile posare per me.
– Capisco perfettamente- lo disse mentendo spudoratamente- ma può capitare…sono qui per servirla mi creda. Possiamo iniziare, la prego vada su quel lato e volga il viso verso la luce che arriva da dietro la tenda…ecco si avvicini a quella poltroncina scura e, per favore, tolga il soprabito.
Lei eseguì con lentezza studiata, si addossò alla parete, volse il viso a destra verso la luce e fece scivolare il soprabito a terra di lato. La stanza si illuminò come per magia e lo splendore dell’abito in seta nera e lucida fece dentro la mente del maestro lo stesso effetto di un’esplosione. La donna non lo guardò quasi, stette immobile sorretta solo dalla sua palese bellezza, indifferente ai particolari che si andavano assommando attorno alla sua figura ma per il pittore, diventato improvvisamente uomo, era quasi impossibile nascondere l’ipnosi che lei aveva suscitato. Trovarsi così, senza difesa alcuna nell’identica situazione che egli aveva studiato di evitare lo fece sentire ridicolo e smarrito, doveva evitare che donna Franca se ne accorgesse. Ma ormai l’incantamento aveva preso possesso del tempo e dei modi: la mano rimasta immobile con la matita tra le dita, lo sguardo fisso, gli oggetti fermi, sospesi e spettatori malinconici di un momento irripetibile, il petto bianco che si muoveva leggermente e regolarmente dentro la scollatura vertiginosa… la lunghissima collana di perle a sottolineare la figura alta e slanciata come una cornice per un quadro già finito.
Il pittore uscì da quella lunghissima sospensione con uno sforzo considerevole: si spostò leggermente e guardò la sua modella di profilo cominciando a tracciare i primi segni sul foglio. Le disse di alzare il braccio con cui teneva la sciarpa di seta leggera e trasparente – Guardi all’infinito signora come se pensasse intensamente ad un segreto… ecco così. Bellissima, bellissima - le indicava la direzione segnando febbrilmente i tratti sulla carta e lei eseguiva quasi precedendo di un attimo i suoi desideri.
Poi d’un tratto lei si sedette sulla poltrona nera lì accanto, si volse verso Boldini, lo guardò con intensità e con un gesto sicuro accavallò le lunghe gambe scoprendole e svelando le calze velate di seta fermate alla coscia da una giarrettiera. La matita andò veloce sul foglio per non dimenticare il momento imprevisto e insperato. - Maestro, quando dipingerà quello – disse indicando la grande tela bianca – voglio che si ricordi di ciò che ha visto un momento fa -
Il pennello iniziò a guizzare sul tempo, i sogni, il desiderio sgranato come le perle della lunga collana: passò un’intera vita in quella stanza, il passato già lontano, il presente vibrante e un futuro per sempre fissato sulle pieghe dell’abito da sera.
 “Senza di lei la storia dei Florio sarebbe stata una storia verghiana, solitaria e dolorosa, di accumulazione di sommessa e inesorabile fatalità; con lei diventa una storia proustiana, di splendida decadenza, di dolcezza del vivere, di affabile e ineffabile fatalità”. L Sciascia

martedì 26 settembre 2017

Matraxia

Scrivere di Agrigento, scrivere nel suo caos non mi sta facendo particolarmente bene; sento che sto scrivendo di me ed avrei voluto descrivermi diverso, meno disastrato, sta facendo riemergere dentro la mia memoria figure ed atteggiamenti di un’altra mia vita. Tornano a delinearsi volti così lontani da declinare un’altra appartenenza, ma io mi sforzo, se pazzia deve essere che sia almeno lucida.
La signorina Matraxia mi amò, in un tempo lontano ed io amai il suo essere schiva e proibita; mi ripetevo, di tanto in tanto, più il suo cognome che il suo nome, quel suono così “greco”e deciso. Giulia Matraxia, mi accorsi di amare più il tuo muoverti altero che il sapore della tua bocca, e quindi ti lasciai. La settimana prima della nostra “fine”, guardandoci negli occhi, parlammo di tutto il resto che era come parlare di noi: ricordo bene la sensazione di galleggiamento instabile che tuttavia pareva piacere ad entrambi. Eri molto colta Giulia, fra le tue frequentazioni anche i personaggi importanti e le loro fisime; il libro che avevi fra le mani era di Pirandello, i quaderni di Serafino Gubbio operatore, non si trattava certo di un’opera erotica né tantomeno sentimentale; giocavamo Giulia, scherzavamo con fuoco nell’intento di bruciarci. “Nessuno se n’accorge, o mostra di accorgersene, forse per il bisogno che è in tutti di trarre momentaneamente un respiro di sollievo dicendo che, ad ogni modo, il forte è passato. Dobbiamo, vogliamo rassettare un po’, alla meglio, noi stessi e anche tutte le cose che ci stanno attorno, investite dal turbine della pazzia; perché rimasto non solo in tutti noi, ma pur nella stanza, negli oggetti stessi della stanza, quasi un attonimento di stupore, un’incertezza strana nell’apparenza delle cose, come un’aria di alienazione, sospesa e diffusa…” PIRANDELLO- Quaderni di Serafino Gubbio operatore.
Tornare oggi ad Agrigento è una scelta voluta, la volontà di dare un senso ai miei anni perduti, un tentativo di colmare l’inquietudine che serpeggia ovunque. C’è un luogo, nascosto nella parte più alta della città dove si apriva una porta che non guardava il mare: Pirandello la chiamava Bar-er-rijah (porta dei venti) che poi è diventata in dialetto Bibbirria, il luogo era ed è rimasto la parte più povera e nascosta della città, sorvegliato dal palazzo arcivescovile, dalla cattedrale e da un Seminario così cupo da sembrare più una prigione che un luogo di studi. Guardarla ora mi lascia solo un senso di vuoto, persino Giulia appare lontanissima e sbiadita; meglio volgere lo sguardo alla costa vicina e al mare, stampato sullo sfondo come una pennellata di celeste rettilineo. E quindi dico io adesso godiamoci questo presente e il futuro che ne verrà, qualcosa si dovrà pur fare, qualcosa si dovrà pur scrivere e su molte cose dovremmo almeno riflettere. Al Caos non intendo tornare: troppi ricordi e troppo pungenti, non servirebbe, rivedere il pino scheletrito accanto all’urna murata che contiene le ceneri dello scrittore mi farebbe sentire già finito. Ritengo di essere stato abbastanza fortunato: la signorina Matraxia mi disse addio con un sorriso (fu l’unica) e mia madre ha ancora la forza di ridere dei miei tentennamenti. Mi lascerò alle spalle Agrigento, attraverserò la valle, i templi color miele e ,raggiunta la costa, andrò verso occidente e verso il sole che stasera mi racconta storie che possono avere ancora un futuro, anche qui, anche in quest’isola, anche per me.

lunedì 25 settembre 2017

Un milione di cose, stanotte per tutte le altre notti e per un cuore alla deriva.

Ci sarebbero ancora un milione di cose: da fare e da scrivere. Un milione di vite da vivere dentro di noi e fuori. Ho sempre scritto come se non avessi più tempo e niente da perdere, assolutamente libero da vincoli economici e formali, la mia vita posata sul tavolo di un obitorio bianco e silenzioso ed io che la guardo con ferma rassegnazione in attesa di un’altra dimensione e un altro modo.
Ho bruciato così alcune stagioni e molti blog, molte pagine e altrettanti incontri. Però sono sempre ritornato a recuperare le mie spoglie cosciente che gli altri non avrebbero saputo che farsene ed esse sarebbero rimaste in un angolo ad ammuffire tristi e senz’anima, la mia.
Bisogna crederci, senza la coscienza di una superiore utilità e di una più alta dignità, senza la consapevolezza che esiste un BLOG più vasto e severo nel quale ogni goccia di pensiero ha da sempre la sua giusta collocazione non ha alcun senso battere sui tasti o tenere una penna in mano. Stamane è giorno di pulizia e ricordi, di sentenze e analisi di vecchie e nuove cose, possiamo cominciare a chiederci cosa ne sarà di noi….e di tutte queste parole lasciate qui.

venerdì 22 settembre 2017

L'elitarismo

Sta diventando sempre più difficile tutto: I COMMENTI e le teorie interpretative da cui scaturiscono sono sempre più spesso “fantasiose”. Da parte mia la scelta di defilarmi e usare il mio tempo sul web in altro modo è confermata; le relazioni virtuali che nascono dalle cose che scrivo arrivano a distanze stellari dalle loro premesse! O sono false quest’ultime o c’è qualcosa di intimamente errato nelle loro dinamiche. Meglio lasciar perdere e allontanarsi dal grigio.In verità devo arrendermi all’evidenza, il mio sogno di parlare con tutti, di comunicare con tutti, di interagire con quello che era lontano mille miglia dal mio mondo senza subirne colpi pesanti, quel sogno si è ridimensionato qui in rete, nel luogo che concettualmente sembra il più adatto invece a nutrirlo. Se mi perdo, se muto la mia identità, se mi svendo per qualsiasi motivo lo faccio, a qualsiasi obiettivo io possa tendere, sono certo che non produrrò niente di buono, niente di MIO, niente che abbia senso per me.
E’ un vecchio discorso che mi rode l’animo da molto tempo, i blog vanno considerati in modo diverso, con maggiore serietà, forse con una benevolenza più genuina ma non possono prescindere da una genuinità di fondo che li differenzia e li rende palesemente personali. C’è Massimo e c’è Enzo, Marina, Susanna, Sara, Nicole, Mara… ci sono, ci siamo tutti. Quello che non capisco e mai capirò è lo scontro vigliacco, l’invidia, la stupidità: c’è uno spazio immenso, riempiamolo senza disturbarci. L’elitarismo nei blog più che un rischio è una certezza! Penso che sia purtroppo inevitabile, non esistono parole per tutti ( tranne forse che negli Evangeli) e non esistono blogger per tutte le stagioni. Forzare questo dato di fatto produce solo danni io ne so qualcosa. Inevitabilmente parliamo e speriamo nella condivisione del mondo intero e altrettanto inevitabilmente dobbiamo poi accorgerci di quante siano in realtà le mani tese. Io resterò qui fin che potrò, perchè mi piace ma starò anche altrove e se il salotto apparirà troppo esclusivo pazienza. In questi anni ho incontrato poche stanze veramente esclusive per qualità e profondità di scrittura, io ne sono lontano, la mia esclusività deve essere legata a qualcos’altro.

mercoledì 20 settembre 2017

Il gatto sul divano

Il cielo è grigio stasera, forse pioverà, forse l’acqua si porterà via tutta la terra accumulata dalle nostre impotenze. E’ stasera che Enzo si prende la testa fra le mani e vorrebbe riprendere a fumare.
Stasera che i giochi si sono invertiti e la solitudine si vende a prezzi di realizzo.
Scrivo per capire e sono un egoista, ogni tanto incontro uno scoglio più ruvido di me, altre volte una baia piena di vento e me la giro tutta. Lascio il gatto sul divano e il cuore spazzato via dagli anni sbagliati, buona musica sapete, un evergreen di quelli che tutti abbiamo amato.
Suonerà ancora a lungo: certe volte la verità è un sorriso quieto che ci ostiniamo a cercare lontano ed invece è lì accanto a noi, è il primo bacio che abbiamo dato quello che non si scorda mai e non ti tradisce come invece ti prendono in giro le parole e i discorsi intelligenti fatti solo per altri fini.

venerdì 15 settembre 2017

Ho cominciato da borghese

Ma a me chi diavolo lo fa fare? Mi attirano sempre quelli diversi da me, leggo quelli con attenzione, me li studio, ci penso e cerco. Cosa? Cerco il motivo o le storie che ci sono dietro , quello che li possa rendere comprensibili insomma. Funziona? Col c..o che funziona! Sul web va diversamente, steccati belle gioie, sguardi sdegnosi e ritirate strategiche, minchia!
Ho cominciato in modo borghese da figlio di borghesi. Ma era gente colta, fatto gravissimo, ed erano siciliani fatto ancora più grave perchè i siciliani sono curiosi e sospettosi e quando dici loro di adeguarsi e zitto fanno quasi sempre il contrario.
Ho continuato a sinistra a Milano, dentro il movimento ed era il 68 pieno con annessi e connessi, scontri di piazza assemblee e e teoria a gogo. E' passato molto tempo e alcune cose, certe analisi sono uscite dalla moda del momento e dell'età anagrafica e si sono mostrate più concrete e molto meno romantiche. Per dirla senza giri di parole: io dei fascisti veri ne ho sentito parlare e ne ho letto ma quelli veri li ho incontrati a sinistra, anche nel movimento. Spero di essere stato chiaro.
L'arroganza più o meno sottile dei discorsi, il travisamento dei fatti e della storia, la criminalizzazione piena di sussiego di chi ha un'opinione diversa, lo stracciamento continuato delle vesti io a sinistra l'ho conosciuto da quando ero un ragazzo. Non è in nulla diverso dalla situazione che si vive a destra o a Nord. Detto ciò se ne ho voglia e tempo le prossime volte parliamo di due argomenti "intoccabili": Costituzione e Resistenza. Se non si scatena prima l'apocalisse.

giovedì 14 settembre 2017

FLIPPER

Dipende dai punti di vista e dall'angolazione della luce sui nostri sogni. Dipende dal momento, quello esterno che è di tutti e quello interno sconosciuto persino a noi stessi. Mi sento come un elemento di un flipper: un respingente elastico, quando la sfera lucida mi arriva addosso ne ricavo energia e poi la scaglio lontano come se non volessi sapere più nulla di lei. Qualunque prospettiva finora mi ha ucciso. Ho un'arma affilata in mano e dico di saperla usare bene: dipende. La solitudine mi ha aiutato a combattere, mi ha difeso le spalle, acuito i sensi, illuminato gli angoli della mia esistenza, mi ha ingannato facendomi credere che ormai fosse in mio potere. Ieri sera l'ho afferrata per la lama. La ferita è stata terribile come certi deja vu che ti fanno esclamare: tutto questo tempo in così poco tempo?

domenica 10 settembre 2017

Spazio alle parole

Sembra che rileggere e correggere ciò che si è scritto sia una nuova scrittura: reimpostare ex novo questo blog mi ha fatto agitare tutti i neuroni, analizzare tutte le rughe del mio viso, cadere le residue inibizioni che possedevo. In realtà ho sempre vissuto male lo sdoppiamento mentale tra le mie due anime (e non mi venite a dire che si capisce che sono dei Gemelli): quella lirica, lontana dal mondo in cui sono nato, balcone privilegiato su quell’altra in cui, invece, mi agito e mi incazzo, fatta di uomini e donne, di azioni e di strade che passano sotto i balconi delle idee e se ne fregano di sporcarsi e mischiarsi pur di riuscire a diventare vita.  Ho scritto molte poesie, alcune a distanza di anni sono restate tali altre sono morte in un abito che non competeva loro. Con tutto quello che ho lasciato negli anni in rete su spazi diversi fra loro potrei vivere di rendita per molto tempo. Perchè no? Copiare e incollare QUI il materiale mio di altri mondi e altri tempi: compiacermene stoltamente e facilmente, dare un ritocchino qua ed uno là, dirmi non male, non male finchè l’eco dei miei passi si perderebbe nello spazio vuoto della mia esistenza.
Spero che leggiate e possiate capire. Spero che sorridiate aprendovi alla verità che ci sovrasta: non potrei mai dirvi le stesse cose mescolate al chiasso che normalmente la vita fa. Bisogna dar spazio alle parole. A quelle grosse e a quelle piccole. Anche questa notte ho sognato ed era un sogno a tratti confuso, dentro c’eravamo proprio tutti: anche quelli che non visito mai. Però non c’erano gli equivoci e le prese di posizione assurde con cui, scendendo nella blogosfera, conviviamo tutti. O meglio, tutte queste cose stavano appiccicate ad una piccola parte del soffitto sopra di noi. Più in là si apriva un cielo grandissimo CHE CI ABBRACCIAVA TUTTI E RIDEVA DI NOI. A me, che guardavo il mondo, qualcuno che non ricordo diceva “Fai bene a non prenderti troppo sul serio”. Sono seriamente attratto da tutto questo universo che abbiamo costruito ( o ci hanno costruito? ) Si è levata una grande risata ma non era sarcasmo era consapevolezza e non era di qualcuno in particolare. Era anonima, era l’emozione di vivere perchè quella di credere è già passata. Ma tornerà.

martedì 5 settembre 2017

La luce sullo Jonio

Non è vero che mi faccio capire e, allo stesso modo, ciò che scrivo non mi rappresenta quanto io vorrei. Queste pagine comunque sono il confine più vicino ai territori del mio spirito, da lì in poi devi inventarti pioniere. Tutta la mia vita, quella che conta, l’ho trascorsa in un confronto impietoso tra i miei sogni, i miei impulsi e il mondo che m’era toccato di vivere; dopo i 16 anni sono saltato su così tanti campi minati che oggi dovrei essere solo uno storpio, un povero corpo mutilato da ferite non più ricomponibili.
La libertà, la democrazia, l’amore e la rappresentanza, la società e perfino la storia, tutto questo enorme e composito fardello di idee non sono mai entrate dentro di me in modo naturale e piano: ogni anelito è stato sempre filtrato dalla cultura della mia generazione e dalla musica che ne era la più diretta emanazione. E ciò non l’ho mai compiutamente digerito! C’è una luce particolare oggi sullo jonio, un filtro di perla per ammorbidire gli spigoli dei miei umori confusi. Anche ora la musica di uno degli artisti che ho amato di più mi porterà fuori dalle secche di questa sera infinita, sarà il dito che ti indicherà la mia luna, ti dirà le parole che io non so pronunciare e avrò la speranza che l’amore in assoluto ricomponga il dissidio di sempre e che scriverlo non sia stato inutile. De Andrè ha già iniziato a raccontare del chimico che conosceva la legge che permetteva agli elementi di convivere senza scoppiare e ancora una volta chinerò la testa per ringraziarlo d’avermi fatto guardare oltre.

mercoledì 30 agosto 2017

Tramonti a occidente

 “Tramonti ad occidente” è la mia vita. I giorni infiniti, il gelsomino di sera e il profumo del mare sotto l’acropoli. E’ l’eternità di quando ero un ragazzino e il sogno che ancora non si è spento. Tramonti ad occidente è l’unica cosa che ho scritto senza inquietudine, è il mio rifugio dell’anima. 

Tornare là dove tutto era iniziato significava rincorrere le voci, sorridere con gli occhi socchiusi all’incantamento che ci aveva estraniato dal mondo e guardare nel fitto del nostro iniziale respiro. Selinunte era un’ampia falce di sabbia dorata che terminava con un basso promontorio di terra e roccia. Selinunte erano le mie estati di bambino, una magia che non si sarebbe ripetuta mai più. Di questo luogo conoscevo ogni pietra, ogni goccia del mare, persino i ciuffi di rosmarino e cardo selvatico mi erano amici. I miei compagni di scuola in Lombardia, alla fine dell’anno, si sentivano dei privilegiati perché si trasferivano sulla riviera romagnola o sulla costa ligure. Li compativo, io ad ogni estate facevo il bagno con gli antichi Dei di questa terra; mi lasciavo accarezzare dall’acqua turchese mentre i piedi giocavano con la sabbia bionda e granulosa. In questo mare avevo imparato a nuotare e, quando m’immergevo, scoprivo poi le colonne rosee dell’acropoli attraverso il filtro acqueo sui miei occhi un attimo prima di riemergere. In questi posti io, fin da bambino, sono stato spesso scambiato per uno di quei turisti del nord, gli unici snob che per decenni sono discesi sino all’anticamera dell’Africa soltanto per visitare l’area archeologica. L’affetto per i luoghi della mia infanzia addolciva la mia naturale misantropia.
Sapevo con assoluta certezza che era l’ultima volta che avrei potuto incontrarli, l’ultima occasione per sentirli nell’intimo delle mie fibre così come essi erano sempre stati per me. A volte è una questione d’odori nell’aria e capisci, in un momento, che il tuo sentimento per un luogo sta per cambiare in modo ineluttabile. Puoi disperarti o far finta di niente, ma io, seduto ad un tavolo del bar Lido Azzurro, di lì ad una settimana sarei stato un altro in un altro luogo e in un tempo diverso. Questa certezza mi dava un disagio profondo, non avevo alcun potere, alcuna voglia d’impedire la metamorfosi. Perché avrei dovuto far sopravvivere un simulacro di Selinunte, dei miei quattordici anni, del mare sotto l’acropoli? Per inorridire tra uno o due decenni dinanzi alla maschera grottesca che sarebbero diventati? Esiste un accanimento terapeutico anche per le emozioni, i sentimenti, i ricordi: è questione di scelte, io avevo deciso che questo luogo sarebbe scomparso con me e sarebbe stato per sempre solo mio.
Molti anni prima, in un tardo pomeriggio uguale a questo, avresti visto quattro persone camminare lentamente lungo la stradetta che attraversava la zona archeologica. L’ordine del drappello era sempre lo stesso: mio padre in testa, davanti a tutti di almeno una decina di metri. Poi mia madre, guardinga e speranzosa di un ritmo di marcia meno baldanzoso. Infine io e mia sorella, occupati a sciamare ovunque in ordine sparso. “Passeggiate in famiglia” erano chiamate ed erano ogni volta un’avventura diversa attraverso le rovine dei templi dorici della collina orientale, le pietre ammucchiate come pugni di sale bianco sopra un poggio che guardava il mare. Cominciai ad affrettare il passo, il sole aveva iniziato la sua discesa…mi parve di sentire la voce di mia madre… Mi fermai, come facevo allora, per raccogliere una lumaca attaccata ad uno sterpo rinsecchito. Perdevo tempo dunque e restavo indietro, allora come adesso. Immobile davanti al tempio adesso il silenzio era assoluto, con la mano cercai la fotocamera dentro la tasca del giubbotto. Sulla pelle scorreva un brivido sottile, un’emozione vera: come da bambino questo silenzio era il segno premonitore del miracolo che mi attendeva fra le rocce. Le colonne si andavano colorando di un rosa più intenso rubato al sole che, sempre più grande, era ormai quasi sopra il Baglio Bonsignore. Dovevo muovermi più in fretta. D’ora in poi il tempo avrebbe mutato nell’intimo la sua essenza. I minuti, i secondi potevano dilatarsi o coagulare gli uni sugli altri senza uno schema logico prevedibile. Quarantanni prima, per mio padre, era molto più semplice: una sera dopo l’altra l’estate lunghissima gli regalava opportunità continue di vivere senza fretta.
Dopo la sosta al tempio E, ancora pochi passi e tutta la famiglia giungeva sullo spiazzo delle rovine del tempio G: un’enorme quantità di blocchi di pietra grigia, un groviglio inestricabile e confuso di rovi, terra e resti architettonici popolati da gechi e insetti. Dell’immensa struttura restava il perimetro d’alti gradini ed un’unica alta colonna interna, levata come un dito ammonitore e misterioso. Era chiamata da sempre “lu fusu di la vecchia”. Le voci mi raggiungevano nuovamente… e, mentre salivo per un sentiero fra le pietre, mi raccontavano per l’ennesima volta di com’erano le cose prima e non fossero più. Il silenzio era sempre più assordante. Percorrevo, da solo, la vecchia strada ed ero stupito di come niente fosse cambiato: le gambe sembravano muoversi in modo autonomo. Mi fermai. Attesi un momento ma le voci erano scomparse, lontano da molto tempo, questo pellegrinaggio iniziato da solo, in solitudine doveva finire. Avanti per qualche metro: ero proprio sotto lufusu e le ombre diventavano sempre più lunghe. Altri passi veloci… finalmente “la seggia” era davanti a me! Per uno strano e insondabile caso questo pezzo d’architrave, crollando dall’empireo della sua alta funzione, rotolando e spezzandosi assieme alle migliaia di altri blocchi di pietra, era rimasta in cima al mucchio. Superba e insensibile agli insulti del tempo, capovolgendosi, si era sistemata come un divano di foggia avveniristica sopra tutti i resti della gloria ellenica. Arrampicandomi poggiai infine le spalle sullo schienale di pietra: era ancora dolcemente tiepido per il calore accumulato durante il giorno.

Ma, ora, non c’era più tempo per riflettere: lo spettacolo stava per iniziare. Il cielo terso, immacolato, da azzurro era diventato blu intenso.Io, seduto nella mia poltrona, vidi comparire la prima stella: Venere mandò un lampo di luce e cominciò a brillare come un gioiello. Il sole, largo e arancione, s’era portato sulla verticale dell’acropoli, il suo disco, diventava nella parte inferiore, di un rosso carminio, come fosse venato di sangue.Non c’era più luce, piuttosto un riflesso interno e luminoso che aveva vita propria. L’astro scese tra le colonne del piccolo tempio dell’acropoli che erano diventate tanti minuscoli aghi neri, rilevati sullo sfondo del cielo e del mare. Adesso avevano entrambi un’impossibile tinta color indaco. Mi girava la testa. Non vedevo nulla, ma sentivo tutto con precisione assoluta. Poi, all’improvviso, questo stillicidio cromatico e temporale divenne un urlo viola. Il disco solare emise un respiro tagliente di luce rossa e il tempo si fermò. Tutto immobile il cielo, la terra su cui posavo i piedi, il sole pronto ad essere inghiottito dal mare, le pietre dei templi e l’aria con il suo sottile aroma di rosmarino. Io ero lì, come il bambino di vent’anni prima e l’uomo di adesso. I miei ricordi d’infanzia legati ai pensieri da vecchio che rigiravo nella testa.Ogni cosa al suo posto, sospesa, perfetta nel suo significato più intimo, senza alcuna necessità di collocazione temporale. Probabilmente era questa l’eternità, quella parte di metafisico che ognuno di noi possiede e che spesso chiamiamo anima; il desiderio struggente che divora la nostra vita come un’amante irraggiungibile. Mi invase un benessere calmo, profondo ed io lo assaporai fino in fondo, le braccia allargate e la testa reclinata all’indietro: poter riflettere e finalmente capire come si era chiuso il cerchio della mia vita, cosa avevo fatto e cosa ero diventato. Furono le cicale a segnare la fine dell’incantesimo, a farmi scendere dal divano di pietra. Attorno al tempio camminavano tranquillamente mio padre, mia madre, mia sorella; la famiglia di nuovo unita e fu molto bello tornare ragazzino, con loro.Quella notte, seduti sul grande capitello rovesciato, abbiamo ascoltato con attenzione le molte storie, le piccole grandi avventure narrate da mio padre. Il firmamento era un enorme puntaspilli di velluto nero pieno di stelle e galassie. Fu eccitante osservare una luce mobile che attraversava lo spazio sopra di noi: un aeroplano? Forse un satellite? Più probabilmente lo sguardo divertito degli antichi Dei che osservavano il nostro formicolare quaggiù sulla terra.
Papà, sono certo che anche tu ricordi le notti in cui stavamo tutti con il viso in aria a farci accarezzare dal vento tiepido che veniva dall’Africa. Esse non sono trascorse per sempre, sono soltanto andate altrove a raccontare di noi quattro e dei nostri stupori.

venerdì 25 agosto 2017

Una scelta esistenziale

Il fatto è che io non riesco più a relazionarmi con gli altri blogger, uso un termine eufemistico ( ma per un riccio come me è tanto ), spesso il contatto diventa fonte di sofferenza , di un senso di incomunicabilità che cresce ad ogni frase in più o in meno, potrei citarvi almeno 3 o 4 episodi di questo tipo in rete su altri blog da me visitati nell'ultimo mese. Sono diventato ancora più selettivo e collerico, analitico e insofferente di prima, se lasciassi aperte le porte in modo "normale" ai commenti sono sicuro che mi ritroverei in un fiat nella medesima situazione dell'anno scorso: un casino dopo l'altro. Amici miei non sono mai stato capace di annuire se non sono convinto e questa blogosfera sta peggiorando a vista d'occhio: non cerco la solidarietà pelosa e non la regalo a nessuno. Non credo alla consecutio logica di certi discorsi di tipo politico o ideologico, quelli per cui se dici che non vuoi l'immigrazione clandestina( è solo un esempio ) significa che sei razzista o viceversa, ed è questa invece la regola sui blog come su gli altri media...infatti non si discute di nulla, si grida e basta. Ditemi di cosa dovrei discutere sul web? E soprattutto con quali garanzie per la mia incolumità fisica e intellettuale? Con quale privacy e rispetto delle altrui opinioni? Tutti voi sapete perfettamente che se vai due volte di seguito su un sito web sei SEGNALATO!. Sai altrettanto bene che uscire fuori dal coro a destra o a sinistra su un blog "caratterizzato" ti espone a gogne incredibili e contestazioni velenose; per uno come me abituato a dire le cose in faccia questo è un contesto invivibile, io non sono capace di glissare, anzi non me ne frega nulla. Conclusione del discorso, la mia è prima di tutto una scelta esistenziale più che editoriale: l'unica che mi permette di restare sul web finora. Considerate se volete questo blog uno spazio di lettura, penso di poterlo senza eccessivo orgoglio considerare tale, il dialogo venga moderato purtroppo al di là del nostro comune livello intellettuale senza spettatori assettati di "sangue".

domenica 20 agosto 2017

Tempo cromatico

Ho deciso di osare e cercherò la verità, la mia, la tua, per la nostra c’è tempo. Un’attesa di cotone per evitare che le perturbazioni ci infrangano su nuovi spigoli, nuove edizioni di amori infranti oltre i quali guardare-
Possiedi un bel silenzio, ci costruisco sopra il prima e il dopo, divoro l’attimo sospeso delle mie idealizzazioni, guarda che ora fanno le lancette della mia felicità scomposta... e non fare sparire l'orologio! Se mi hai portato qui è perchè possiamo seguire il sentiero delle nuvole sul mare: lo vedi, è lì ci osserva. Ma non ci invita, così io ne scruto l’incipit e ne immagino l’andatura, il segno, il ritmo... c’erano vicoli scuri prima di questo tramonto. Molto al di là del limite dell’orizzonte abbiamo deciso di tornare a riva, di festeggiare l’inverno e invocare in silenzio le onde del cuore. Tarderà il sole nel suo addio e noi balleremo ancora sulle luci riflesse il ritmo delle maree. Stanotte soltanto.

martedì 15 agosto 2017

Pilota automatico

“La mia infelicità vera è iniziata nel momento in cui ho iniziato a mediare ogni moto “di pancia” attraverso la ragione” – cit NICOLETTA RANALDO. 
La natura vera e profonda, il nostro istinto “privato”, quello che ci fa uno diverso dall’altro, guida comunque la nostra vita. E’ vero quello che afferma Nico, ad un certo punto del nostro cammino, per la prima volta, iniziamo a mediare: ci sostituiamo al pilota automatico che ci ha portato fino a quel giorno. Non ci fidiamo? Vogliamo altro? Abbiamo bisogno di socialità condivise e misurate? Ognuno ha i suoi motivi e quel punto può riproporsi altre volte lungo il cammino. Io credo che, nonostante i nostri sforzi, andare contro natura, inguainare l’istinto e credere di pilotarlo dove e come vogliamo noi sia solo una menzogna. La nostra vita pian piano comincia a stridere, a imballarsi e a singhiozzare…alla fine è uno schifo che non riconosciamo più come nostro. Questa maledetta ragione e, appresso ad essa, l’autoanalisi e le elucubrazioni conseguenti mi hanno personalmente ridotto ad un fantasma senza colore, un essere che grida a bocca aperta e annega rifiutandosi di nuotare. Da un certo punto in poi non c’è ritorno, almeno non c’è alternativa esistenziale: devi accontentarti, se ce la fai, di scappatoie filosofiche, ectoplasmi del tuo pensiero in forma di deja-vu che fanno più male del presente. Io ho trascorso la mia vita litigando continuamente col mio pilota automatico. Ho anche preso una licenza di volo e l’ho sbandierata come viatico per una rotta sicura e felice mentre il pilota automatico si faceva beffe di me… adesso mi guarda con un ghigno a braccia conserte. L’aereo vola in apparente calma, niente e nessuno sembra poter interferire sul viaggio, ma se guardo fuori dai finestrini di questo Blog il paesaggio è quello di rovine a perdita d’occhio. Anche volendo riaffidare il comando alla parte più libera e selvaggia di me potrei al massimo trovare una piccola radura tra i sassi, atterrarci, accendere un fuoco e guardarmi attorno per scoprire da dove arriverà la fine.

giovedì 10 agosto 2017

Latifondi

Forse ci siamo ho pensato ieri: il cartello stradale indicava Catania Km. 102, l’orologio le 11 e 05. Due settimane prima stessa zona altro mondo: era la Sicilia della primavera sempre più rara. Quella delle campagne dell’interno tutte verdi, del cielo bizzarro e cangiante, perfettamente intonato al mio umore di quei giorni. Lungo le rive del fiume Salso file di canne color grigio-verde e margherite, margherite ovunque ad occhieggiare dalle radure e dai grandi campi di grano. Una festa per gli occhi e il naso intasato dai pollini. Non mi era chiaro il motivo per il quale mi ero fermato al km. 102; andavo di fretta, autostrada vuota, autoradio accesa, testa pesante. La piccola area di sosta mi ha accolto senza sforzo. Sono sceso e mi sono guardato attorno, nessuno…il distributore era a 25 km. con il suo caffè e la sua edicola, i panini dai nomi inventati e dal prezzo “favoloso”, ma vuoi mettere la goduria di urinare in libertà all’aria aperta ? E’ stato a quel punto che senza radio, senza aria condizionata, senza acqua, senza nessuna di quelle simpatiche cose che ci coccolano ogni momento, ho pensato: ci siamo.
Giallo, tutto rigorosamente giallo a perdita d’occhio: sulla destra, controluce, Enna sospesa a 1000 metri sul suo altopiano, davanti sfumata nella caligine l’Etna, la sua immensa V capovolta a dire comando io, controllo io, siete piccoli e inutili. Per rafforzare il concetto una fumata sulla schiena lato nord a vomitare parte del fuoco interno. Ho girato il volto indietro per farmi toccare dal vento caldo del sud: gli ho detto “ sei di Agrigento cumpari, veru?” ma chiddu mancu marrispunniu. Aveva altro da fare, calcinare la terra, inchiodarla al tempo e non dargli tregua. Forse 35 gradi? Il mulo un km. più in là ne stava sentendo di più ma , in ogni caso, sull’isola è arrivata Lei, e quando arriva meglio guardarla in faccia e tentare un accordo per i 35 di oggi e i quasi 40 di domani. Ho pensato ai fatti miei e mi è piaciuto, qui non posso raccontarveli per esteso: sono i pensieri di un vecchio ragazzo che ha sperato che la sospensione temporale durasse in eterno. Perché no? Inchiodato al sole come questa terra, i pensieri racchiusi nell’angolo più fresco della testa in attesa del piacere della sera,in attesa di un’altra occasione di un altro carretto colorato.
Stanotte, a Catania, ho deciso di getto, me ne vado a mare sotto la Timpa di Acireale a guardare la luna; un vecchio mi disse una volta che… di sira a’ montagna di focu ci va’ cunta al mari tutti i pinseri di Diu. E io là sarò, attentissimo a non perdere manco una parola. Questa idea mi piace e sorrido ai latifondi che mi guardano attoniti: poggio la mano sulla portiera… e mi scotto, la lamiera è già bollente. Fine della sosta, al distributore di Sacchitello un caffè e per favore…aria condizionata.

sabato 5 agosto 2017

Plemmirio – trentanni dopo

…Guiderò per una settantina di chilometri, devo raggiungere un altro mare: so esattamente cosa è successo, la mia mente si è messa in cammino in modo autonomo: io la conosco bene, si fermerà da sola per sfinimento e finalmente mi lascerà dormire. Adesso galoppa veloce verso sud, verso Ortigia, verso un angolo preciso di strada, in direzione d’antiche stagioni mai dimenticate. Marzo 1995 

Ho bisogno di lasciarmi andare al sogno, di crederci e vivere delle sue immagini sensuali e vere: con esse si può volare, leggeri e bellissimi e si può planare come uccelli marini nella terra dei papiri che avvampano al sole del tramonto. I due fiumi sono come i bracci di un diapason, lontani per miglia e miglia, vicinissimi alla fine: L’Anapo e il Ciane sfociano a pochi metri l’uno dall’altro, corrono incontro alla loro fine nel mare di Siracusa come due amanti uniti dallo stesso destino. Le acque verdi della sorgente del Ciane sono appena increspate da una leggera brezza che culla le canne recando trilli malinconici e sottili. E’ facile rievocare la storia antica e terribile di Proserpina strappata da un’orda di demoni alle sue compagne di giochi. Il mito alza il tenore di un fatto geografico, stravolge e lancia nello spazio dell’immaginazione la mediocre normalità del quotidiano. Il mito racconta della ninfa Ciane che pianse per giorni e giorni l’amica perduta finchè gli dei compassionevoli non la mutarono in una splendida fonte, verdeazzurra come il suo nome…
Mi accendo una sigaretta, tiro una boccata ed espiro lentamente: il fumo è come il mio pensiero, mi esce dalla testa chiaro e limpido che pare che neanche mi appartenga e vola via lento come un uccello. Mio nonno mille anni fa mi raccontava che nella vita, se uno vuole essere uomo, si deve fare uccello: mangiare poco, non stare fermo mai, passare il mare, vedere posti ma senza farsi incastrare mai e senza farsi accecare mai, da una femmina, da un padrone, da una casa. Nonno non ti ho dato ascolto, non pienamente ma una parte di me è rimasta uccello e stasera si è posata qui alle fonti del Ciane, un passo prima del mare. Devo confessarlo, non sono diventato un caminante, uno di quei fortunati che sono veri cittadini del mondo, non portano pesi e possono volare liberi ovunque; ma questo luogo col suo leggero ronzio di acqua che scorre è senza dubbio il posto del canto e del volo, dove l’acqua entra nella terra e si fa casa per gli uccelli, dove il mare e il cielo sono una cosa sola. Sognare qui costa pochissimo, lo Jonio a due passi mi raccoglierà …e poi annegare o volare non importerà molto, i palazzi della marina di Siracusa dall’altra parte del Plemmirio cominciano a diventare d’oro e d’argento mentre il sole scende nel mare.
Trentanni dopo – C’è sempre un cammino privato anche in un atto pubblico come quello di pubblicare uno scritto in rete. Io ero là, su quella banchina quella sera quell’anno, il desiderio di completezza, di riunirsi alla propria intimità era una musica che suonava dentro, io la percepivo bene ma dirlo fuori era improponibile…anche adesso mi appare difficile. L’autocritica ha un senso solo se è libera e severa, così è come il bacio vero di una donna che ti ama, diversamente è solo accademia ideologica, non serve, non aiuta ma ti affossa. Il pensiero di quella sera se ne andò verso sud: credeva di trovare il suo ultimo approdo là dove aveva sognato una vita diversa per l’ultima volta. Trovò solo altro mare e un piccolo gruppo di amici a salutarlo per il suo prossimo viaggio. Aleggia da quelle parti, mi aspetta lì, sa che arriverò e ce ne andremo assieme, io lui e i nostri sogni, così come siamo nati.

domenica 30 luglio 2017

La sopravvivenza di TeZ

TereZa mi è sempre piaciuta, fin dal primo contatto e oltre le inevitabili e rare divergenze. L'ultima volta che la lessi aveva scritto un testo su ciò che resta di una stagione di blog e blogger , ha scritto dei superstiti e della uggia di restare tali. Poi un equivoco ha cancellato le nostre strade, un equivoco voluto da lei ed evitabile, una mancanza di fede e stima. Non l'ho perdonata.
Per tornare a scrivere è necessario, almeno per me, credere che il nuovo abbia un senso non solo per chi legge ma anche per chi scrive: io l’ho perso forse definitivamente e sopravvivo su questo e altri blog rieditando me stesso. Sono diventato insopportabile? A volte credo di sì , sento il peso di un trascinamento incomprensibile e lacerante. Ma esiste anche la coscienza di non aver detto abbastanza, non nel modo giusto, di non aver voluto per una malintesa forma di educazione virtuale attaccare una certa fauna che vive all’ombra della blogosfera. Non si tratta di un fatto meramente culturale bensì di una dimensione educativa che sfugge al controllo della cultura in senso stretto: è l’incapacità di ascoltare, la volgarità di sentirsi, senza merito alcuno, di varie spanne superiori all’altro. Lo dissi tempo fa, non legge più nessuno nemmeno chi con enorme sussiego afferma sul suo blog di essere una bibliofila. C’è una forma di cecità ideologica che impedisce la reale apertura sulle prospettive di scambio e condivisione che sembravano connaturate al mezzo blog; è esattamente questo che, personalmente, mi ha ucciso, il contatto continuo con persone cui è possibile solo concedere un falso apprezzamento stando ben attenti a non commettere nemmeno il più piccolo errore di battitura, a non mostrare mai le radici del proprio pensiero e della propria vita. I blog come diari virtuali ingessati dalla prepotenza altrui, la necessità assoluta di restare dentro i binari che altri hanno posato per far correre le nostre parole. Di cosa dovrei scrivere oggi? Certamente di politica o di libertà di stampa. Di storia, di poesia… quale? Di una storia raccontata da sempre ad uso e consumo di una parte, di una poesia che invece di volare sopra si perde nei vicoli di una sintassi scontata? Di quale politica? Quella che ha perso tutti i punti di riferimento e perpetua se stessa nei modi e nei tempi di sempre? Quella che non usa il compromesso lecito ma sfrutta il potere di esserci nel modo più bieco? La libertà di stampa ad uso e consumo di una parte pronta, al momento opportuno, a rinnegare il ciclostile da cui è nata e negare, negare fino alla nausea tutto, parole, fatti, storia…persone? Pubblico il già scritto io, quello che scrissi quando ancora ci credevo; lo faccio perché mi piace vederlo sulle pagine di questo monitor, amo accarezzarlo nella speranza che una nuova musica o una nuova immagine si poggino finalmente sull’idea intima che solo io possiedo di ciò che ho composto. Non voglio aver più l’assillo di doverlo spiegare o difendere dalla barbarie di molti, ho chiuso alla possibilità di un “normale commento” ; la scrittura sta lì, per tutti anche per chi sente e vede solo ciò che è conforme alla sua natura. Non credo più ai commenti, chi ha dire qualcosa deve anche possedere la forza di dirmelo in privato senza l’ausilio della piazza e dei suoi sgherri da quattro soldi. Quello che sogno è di poter tornare ad amare il sogno.

martedì 25 luglio 2017

Un Uomo

Un uomo è quello che ha amato: scrive di arte, politica, natura, musica e motori ma in verità scrive sempre e solo della stessa identica cosa: dell’altra metà del cielo. E, mentre scrive e descrive, quell’altra parte si fa beffe di lui e si allontana in un crudele gioco di Tantalo.
Fine della corrente, il senso è tornato a passeggiare dove i commenti non lo possono agguantare e le parole restano vuote. La sensazione di fine corsa non si spiega, si sente; eppure c’è qualcosa dentro le mie righe che secondo me non è stato letto. Qualcosa che in mancanza di lettura e comprensione ( che non è assuefazione e adeguamento ma solo COMPRENSIONE) illanguidisce scioccamente dentro. Leggo i tuoi versi per esempio e la prima volta non è mai come la seconda o la terza o come quando ci arrivo partendo da lontano…da testi tuoi apparentemente distanti secoli. Evidentemente c’è altro, c’è un senso profondo che sfugge al primo incontro, che sta sotto o sopra. Il mio nulla da dire è il reale concreto, la sensazione di una stagione che appare finita a tutti persino a me, ma non basta. E’ finito così il guscio, la tenerezza antica, il sorriso restato a metà, persino il desiderio di scriverlo meglio urge ancora e se ne frega del virtuale e di molte altre cose ancora.

giovedì 20 luglio 2017

Presumere e sorriderne

Il web è pieno zeppo di presuntuosi perchè è l'umanità in toto a presumere, ad ergersi a giudice assoluto e non richiesto dell'altro, a ritenersi sopratutto portatore di una civiltà superiore che per divina origine può fare quel che vuole delle altre.Io non dico queste cose per dare come si suol dire, un colpo al cerchio e uno alla botte, constato semplicemente che l'uso di questo mezzo è continuamente rovinato dai nostri vizi e dalle nostre piccolezze. Un tempo ormai lontano pensavo di essere qualcuno: coltivai per anni il mio bagaglio per mantenere tale privilegio. E' una minchiata!
Oltrepassata una certa soglia siamo tutti meravigliosamente diseguali e sullo stesso piano come prospettive, solo la consapevolezza di ciò fa la differenza. Si può scriverne, raccontarlo, metterci impegno...sorriderne magari, sono vivo per ora, quando morirò lo capirete e capirete il resto. Dopo purtroppo